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Il Fiano di Avellino
è diventato uno dei protagonisti del rinascimento enologico italiano
tanto che dalla vendemmia 2003 sarà con il Greco di Tufo docg
confermando la vocazione vitivinicola della provincia di Avellino
che già ne ha una, il Taurasi. Il successo di questo bianco è tutto
nei numeri: nel 1990 se ne producevano 1800 ettolitri e gli ettari
dichiarati erano 47 mentre secondo gli ultimi dati ufficiali
disponibili nel 2001 siamo arrivati rispettivamente a 12.218
ettolitri e a 320 ettari. Si tratta del vitigno bianco più pregiato
di tutto il Mezzogiorno con grandi margini di crescita e
assolutamente tipico perché si esprime al meglio proprio in Irpinia
dove si meglio è acclimatato anche se è coltivato anche nel Cilento
e da un po’ in Sicilia.
Diverse le congetture sull’origine del nome. Potrebbe derivare dal
termine apiana con il quale Columella e Plinio indicavano la
predilizione delle api per questa uva, oppure da Apia, il nome
dell’area agricola tra i 400 e i 500 metri che adesso si chiama
Lapio e che costituisce sicuramente la zona più vocata per questa
uva. I successivi passaggi sarebbero Afiano e Fiano. Il vitigno è
anche conosciuto dai contadini come fiore mendillo, fiana o foiano
proprio a Lapio, latino bianco nella vicina Foggia, e ancora Santa
Sofia nel Cilento dove ha trovato ottimi interpreti in cantina,
infine minutola. per i suoi acini piccoli. Nel corso dei secoli sono
state trovate molte tracce documentali, tra cui la richiesta di
Federico II di averlo a corte, poi quella simile di Carlo II d’Angiò,
mentre nel 1661 il frate Scipione Bella Bona nei suoi ricordava
precisamente la zona di elezione da cui è partita la buona
reputazione di cui questo bianco ha sempre goduto tra gli
appassionati, cioè quella compresa tra i castelli di Monteforte, sul
monte Serpico e l’Apia. Certo è che se Lapio era la zona più
importante, la vicina Montefusco, capoluogo del Principato Ultra, ne
ha costituito a lungo il più valido sbocco commerciale.
L’area della doc riconosciuta nel 1978 e confermata dalla docg
ottenuta proprio quest’anno, comprende 26 comuni in cui è compreso
anche il capoluogo. E’ consentita l’aggiunta non superiore al 15 per
cento di altri vitigni a bacca bianca come il greco, la coda di
volpe e il trebbiano toscano. Questi ultimi due venivano
regolarmente utilizzati dai contadini per abbassare l’acidità
eccessivamente alta sia nel Fiano che nel Greco di Tufo, un problema
risolto anche ritardandone semplicemente il consumo, che per questo
motivo avveniva tradizionalmente a due anni circa dalla vendemmia.
Ancora oggi alcune piccole aziende preferiscono ritardare l’uscita e
imbottigliare dopo almeno dodici mesi dalla raccolta, c’è chi si
spinge a diciotto. Per tornare alle prescrizioni di legge vale la
pena sottolineare che la resa massima per ettaro non può superare i
100 quintali, il grado alcolico deve partire da un minimo di 11,5
gradi, l’acidità dal 5 per mille e l’estratto secco dal 15 per
mille. Il colore è giallo paglierino più o meno intenso, l’odore
gradevole e caratteristico, il sapore secco. Diciamo che per
individuare il Fiano di Avellino bisogna riconoscere il sentore di
nocciola più o meno tostata, la pianta tipica delle campagne irpine
sino a quando la concorrenza degli altri paesi del Mediterraneo l’ha
relegata ad un ruolo poco più che ornamentale.
Luciano Pignataro |